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Psicologia e benessere

In medicina si dichiara sano chi non ha sintomi di malattie. In psicologia, invece, non è così. Ogni individuo custodisce in sé i sintomi di tutte le malattie psicologiche. Ciò che fa la differenza tra salute, disturbo e patologia è l’intensità di tali sintomi.

Tutti noi, ad esempio, abbiamo il timore delle malattie, però: nella persona sana, questo timore è lieve e razionale; nella persona disturbata, è medio e un po’ irrazionale; nella persona patologica, invece, è elevato e irrazionale.

Tutti temiamo il giudizio altrui, però: la persona sana non si fa vincere da esso e si dà agli altri autenticamente; la persona disturbata cede a tale timore, e si falsa spesso; la persona “malata” di timore del giudizio altrui, quando sta con gli altri, viene assalita dall’ansia.

Per far capire meglio questi concetti descrivo la personalità che più rappresenta la persona sana, la persona disturbata, la persona “malata”.

La persona psicologicamente sana ha una buona stabilità emotiva, una buona sicurezza di base, pochi timori, un buon grado di razionalità, un buon livello di creatività, una grande capacità di gioire, di percepire il bello, ecc. Ciò vuol dire che nella mente di questa persona non vi sono particolari timori che lo frenano. In tal modo la persona in questione esprime appieno tutte le sue potenzialità, è in grado di accrescersi continuamente e arricchirsi giorno dopo giorno di nuove esperienze, di nuovi concetti, di nuove idee, e la sua mente vive molto bene.

La persona psicologicamente disturbata
ha una certa instabilità emotiva, alcune incertezze, un buon numero di timori, una media razionalità, scarsa creatività, poca capacità di gioire, di percepire il bello. Ciò significa che ha dei problemi psicologici, ma essi non sono tali da bloccare la sua normale attività e da farlo soffrire molto. Sono sufficienti però a spingerlo nelle braccia della materialità. In tal modo egli rimane psicologicamente statico e le sue potenzialità rimangono inespresse, e la sua mente vive poco felice.

La persona psicologicamente malata
ha una grande instabilità emotiva, molte insicurezze, molti e intensi timori, poca razionalità, pochissima creatività, poca capacità di gioire e apprezzare il bello. Ciò vuol dire che i suoi problemi psicologici possono rendere difficile la normale esistenza. Infatti questa persona non ha grande autonomia (emotiva, affettiva e sociale), ha qualche malattia psicosomatica, ed è spesso ansiosa o depressa. In pratica è preda di una piccola nevrosi (di cui non è assolutamente cosciente) e spreca grandi quantità di tempo e di energie per soddisfare i suoi bisogni nevrotici. In tal modo non si esprime e non si realizza, e la sua mente vive sostanzialmente infelice.

Prima di concludere è importante fare questa precisazione: per persona “patologica” non si intende una persona malata di mente, da sottoporre a cure psichiatriche e non si intende neppure che la sua patologia è così grave da costringerla lontana dalla vita attiva. Le persone patologiche presentano un basso grado di nevroticismo, non sono depressi cronici, non hanno completamente perso il contatto con il principio di realtà, ecc. Perciò se chi sta leggendo si dovesse riconoscere nei sintomi che io considero “patologici”, non deve entrare in quella rinuncia, in quella disperazione, in quella negatività, in quell’isolamento che renderà la sua esistenza sostanzialmente infelice. Il mio intento è proprio quello di facilitare la comprensione dei pensieri, dei sentimenti e dei comportamenti sani attraverso qualche riflessione, e di trarre utilissime indicazioni per aiutare la propria mente a vivere meglio, perché l’unico, il più sicuro e inequivocabile indizio di benessere mentale è sentirsi spesso sereni e felici.

Il raggiungimento di buoni obiettivi personali non consiste solo nel sapere di più e nel saper fare di più, ma nel saper essere in modo diverso. Il tutto, naturalmente, è possibile solo e sempre se ci affidiamo a mani esperte, ovvero a uno psicoterapeuta, da considerare non solo come l’ultima spiaggia che ci rimane da provare, come si evince dalla mia esperienza clinica. Sarebbe auspicabile riferirsi allo psicoterapeuta quando si evidenziano piccoli problemi proprio per evitare grandi problemi; comunque, non è mai troppo tardi. Possono rivolgersi allo Psicologo-Psicoterapeuta tutti coloro che desiderano armonizzare la propria personalità, avere una minore partecipazione emotiva agli eventi quotidiani della vita, conoscere sé stessi, migliorare le relazioni affettive, sociali, sconfiggere la solitudine, risolvere conflitti tra genitori e figli, elaborare un lutto… Insomma, migliorarsi portando avanti dei proponimenti prendendosi cura di sé globalmente, da un punto di vista psicofisico. Inoltre si possono rivolgere allo Psicologo-Psicoterapeuta tutti coloro a cui sono stati diagnosticati specifici quadri clinici psicopatologici.



Analisi Bioenergetica


L’analisi Bioenergetica che si è sviluppata a partire dal lavoro di Reich negli Sta Uniti negli anni ‘50 è stata sempre ricca di intuizioni e possiamo definirla una psicoterapia del profondo a mediazione corporea. La psicoterapia corporea, come quella analitico-bioenergetica, permette di comprendere il corpo della persona come espessione della sua storia, come dire che essa corporeizza la biografia di ognuno. Il corpo diventa unico veicolo che consente di memorizzare la sofferenza e la storia esistenziale di ognuno: il dolore che si è provato, le fratture, le distorsioni, e le deformazioni del corpo e della mente si manifestano tutte nel corpo. Si tratta di una grande scoperta perché permette di far seguire al corpo la verità della propria esperienza.

Il concetto di unità funzionale coniato da Wilhem Reich, che è alla base della psicoterapia corporea ci dice infatti che: fenomeni corporei e psichici sono sempre espressione di una reazione olistica dell’uomo a stimoli esterni ed interni, che include cognizioni, emozioni e funzioni corporee, in quanto lati diversi di un medesimo processo, essi formano un’unità funzionale senza coincidere del tutto con esse. (Gliristoph Helferich in Grounding 2008, n2,pp.53). Il concetto di unità funzionale permette in psicoterapia corporea quel caratteristico oscillare tra poli del vissuto fisico e psichico che consentono di corporeizzare la psiche, e per Lowen, allievo di Reich e fondatore dell’analisi bioenergetica, il movimento, insieme al respiro, rappresenta il linguaggio con cui il corpo si esprime ed apprende. Le parole sono il linguaggio dell’io come il movimento è il linguaggio del corpo, sottolinea infatti Lowen nel 1975: L’Analisi Bioenergetica si fonda proprio sulle idee e sulle teorie di Wilhem Reich che descriveva la relazione tra corpo e mente come dialettica. Tale unità corpo-mente starebbe alla base dell’istanza che chiamiamo Sé ed è vissuta come esperienza situata nel profondo.

     Il Sé, infatti, si radica nelle sensazioni corporee che costituiscono l’esperienza di essere un individuo, sono le sensazioni corporee a farci sentire che siamo vivi e che la vita ha un senso. Tutte le nostre esperienze affettive sono avvenimenti corporei ed includono sia le emozioni intense ( paura, rabbia e gioia) che quelle più sottili ( fiducia e sicurezza ). Reich teorizza che questi avvenimenti corporei sono percettibili e osservabili sotto forma di movimenti muscolari, respiratori, vegetativi e sono sottesi da movimenti di energia vitale i cui effetti si percepiscono nella forma di correnti, flussi, pulsazioni, vibrazioni, fremiti, egli chiama questa energia Bioenergia.

     I disturbi psicologici che risultano da traumi e da esperienze emozionali difficili, così come le difese sviluppate in seguito a tali esperienze, sono ugualmente avvenimenti corporei: essi consistono in forme di contrazioni muscolari croniche in grado di colpire la muscolatura e poiché le emozioni sono legate al movimento, qualsiasi contrazione muscolare cronica riduce e sopprime le sensazioni e la loro espressione, bloccando la spinta energetica.
Tale corazza, se da un lato protegge dagli impatti dell’esterno, dall’altro però ostacola ogni movimento, producendo un blocco ed un restringimento dell’energia vitale.  

     Il lavoro corporeo nell’Analisi Bioenergetica consiste in una serie di operazioni destinate a ridurre tali contrazioni croniche per mezzo di opportune tecniche quali la mobilizzazione attraverso il movimento espressivo, la distensione e la respirazione.

Ma il lavoro analitico-bioenergetico va molto al di là e mira anche alla percezione corporea, allo sviluppo dei confini, del contenimento, dell’integrazione emozionale, nonché al radicamento come base del senso di sicurezza. 

Lowen lo riassume bene dicendo che esso permette il ripristino delle funzioni della percezione, dell’espressione e del processo di sé. L’esperienza corporea in Analisi Bioenergetica utilizza anche l’induzione e l’osservazione delle memorie implicite, ossia l’insieme di memorie e percezioni a cui possono essere associati dei vissuti emotivi. L’emergere dei processi corporei sotto forma di stati energetici sarebbe come una narrazione attraverso il corpo. Il corpo racconterebbe la sua storia mediante l’analisi della grammatica relazionale implicita sul libro del corpo, con i suoi movimenti, rigidità, incertezze, schemi corporei, posture, respirazione. Il corpo non è più inteso come un dato a se stante, che segue un proprio percorso di sviluppo; non solo mente e corpo procedono insieme e si costruiscono reciprocamente ma il corpo cresce e si sviluppa in un ambiente  che ne influenza e co-costruisce la sua storia.

L’attenzione  costante alla relazione mente-corpo e alle specifiche modalità di rapporto con il mondo e con gli altri rafforza le capacità dell’individuo di autoregolarsi e di rapportarsi alla realtà in modo realistico e creativo attraverso la piena espressione di sé in senso psicofisico (Schore,2003). Gli esercizi utilizzati in Analisi Bioenergetica consentono, inoltre, una scarica di tensioni con effetti positivi sul sistema endocrino-immunitario, favoriscono una riduzione dello stato di tensione muscolare cronica e liberano il corpo dalle contratture muscolari, portando ad una presa di coscienza corporea e di elaborazione dello schema corporeo inizialmente ostacolata dallo stato muscolo-tensivo-emotivo. Questa evidenza trova anche delle conferme sperimentali che documentano come il grado di autopercezione corporea sia inversamente proporzionale al livello di tensione miografica.

Ogni stress produce infatti uno stato di tensione nel corpo con conseguente attivazione dell’asse endocrino-immunitario in senso peggiorativo. Se lo stress viene eliminato, la tensione scompare, ma se lo stress si prolunga, oltre la nostra capacità individuale di sopportazione anche la nostra difesa di adattamento si trasforma in una tensione cronica, patologica, che persiste anche dopo la scomparsa dello stress originario, in forma di assetto muscolare e atteggiamento corporeo inconscio (memorie implicite). Le tensioni muscolari sono leggibili anche in termini di emozioni bloccate. Fin da bambini abbiamo dovuto confrontarci con un ambiente esterno che può aver inibito la naturale espressione delle nostre emozioni, costringendoci a trattenerle, e a trattenere con esse il movimento espressivo che le accompagnava (gesto, pianto, riso, postura corporea, mimica facciale), dando luogo ad un blocco muscolare (Downing,1995).

Gli esercizi Bioenergetici diventano allora uno strumento di prevenzione e promozione alla salute, l’espressione di un approccio che si occupa non solo della patogenesi ma anche, unico tra gli approcci clinici psicodinamici, della salutogenesi, attraverso lo strumento primario di espressione della nostra salute psicofisica. In Analisi Bioenergetica l’attenzione è diretta a come il corpo si organizza nell’interazione con l’altro, non solo come organizzazione caratteriale ma anche attraverso il movimento ed i suoi stili, le modalità del protendersi e del ritirarsi, l’andamento della respirazione e della sua capacità di Grounding, concetto chiave in Bioenergetica, che rappresenta il contatto con la realtà sia interna che esterna, che simbolizza il piacere di sentirsi vivi attraverso delle sottili sensazioni di corrente energetica che fanno una salute vibrante.

Secondo Lowen, la qualità della vita dipende dall’energia di cui si dispone e dall’uso che se ne fa. Per muoversi occorre energia, energia e autoespressione sono collegate da una linea retta: energia-motilità-sentimenti-spontaneità-autoespressione. La stessa parola emozione è composta dal prefisso (e) e dalla radice (mozione) e significa, appunto, muoversi verso l’esterno. Per Lowen, quindi, un disturbo emozionale consiste nell’incapacità di muoversi verso le persone e il mondo, allora fondamentale diventa la possibilità di portare gli individui verso una conoscenza più approfondita di sé stessi e dei propri processi emozionali e corporei per dialogare in modo costruttivo con sé stessi e con gli altri.

L’approccio privilegiato negli incontri di gruppo è legato al sentire, ma non un sentire per come si intende usualmente, piuttosto un sentire legato all’energia che si trasmette quando la comunica-azione diventa azione in comune/comunione con l’altro, nel rispetto e nell’ascolto della propria diversità. Il linguaggio del corpo è per sua natura esperienziale: da un lato tende a soddisfare i bisogni delle persone, e dall’altro agevola l’istaurarsi di quel clima di fiducia verso la figura di riferimento e verso sé stessi, che è requisito imprescindibile della crescita personale e di un sano rapporto con sé stessi e con gli altri.

Ogni incontro è prima di tutto uno spazio sicuro, un contenitore in cui gli individui possono percepire di avere posto per sé e per il proprio sentire, qualsiasi esso sia. Un contesto all’interno del quale il singolo può avventurarsi nell’esplorazione di sé per riconquistare salute e benessere originari, quel patrimonio che alle persone appartiene per natura. Gli incontri di gruppo diventano, quindi, uno spazio di ascolto dove poter sperimentarsi senza giudizio o condizionamenti esterni, in modo da vivere pienamente la loro realtà interiore, corporea e relazionale.

Le radici della vita psicologica: le Sensazioni

Noi esseri umani siamo nati per vivere, non per morire prima del giusto tempo, per ciò Madre Natura ci ha dotato di alcuni meccanismi fisiologici: gli istinti.

Gli istinti sono i paladini della nostra vita. Ogni volta che corriamo il rischio di morire, tac !, eccoli in campo, lancia in resta, pronti a difenderci. Essi funzionano senza il concorso della nostra volontà, non chiedono il permesso di intervenire, non possiamo certo dire loro: “Istinto vieni fuori e combatti questo nemico della mia vita!”.

Gli istinti se ne stanno dentro di noi e sonnecchiano tutto il giorno, e si svegliano soltanto quando c’è qualcosa che non va. Dobbiamo sperare che non siano dormiglioni.

Se, per esempio, qualcuno ci lancia contro un oggetto, noi istintivamente alziamo la mano per difenderci da eventuali danni; se il sole si riflette nei nostri occhi, noi istintivamente ci difendiamo facendoci ombra con la mano.

Ora facciamoci una capatina nella nostra mente, e cerchiamo di conoscere a fondo queste fedeli sentinelle della nostra vita.

Ogni volta che il nostro organismo sta per terminare le riserve di energia, la fame bussa alla porta della nostra mente e dice: “Ehi tu! Qui stiamo maluccio! Datti da fare per trovare qualcosa da mettere sotto i denti, altrimenti saranno guai”. Avvertiamo una sensazione di fame, appunto, ovvero un turbamento del nostro equilibrio interiore. Nello stesso tempo nasce in noi un bisogno di cibo, e ci comportiamo in modo da soddisfare tale bisogno, cerchiamo il cibo, lo soddisfiamo (ossia mangiamo), poi tutto ritorna come prima. Se stiamo passeggiando in compagnia della Serenità riprenderemo la nostra passeggiata. Se stavamo lottando contro un nostro dubbio, riprenderemo la lotta.

Da ciò intuiamo che le sensazioni sono il fenomeno più importante della vita, che a ogni sensazione è abbinato un bisogno e un comportamento. Non esiste comportamento senza bisogno; non esiste bisogno senza sensazione; non esiste comportamento senza sensazione. Se noi non avvertissimo sensazioni, non avremmo neanche bisogni da soddisfare e neppure comportamenti da adottare. Di conseguenza non ci muoveremmo, ce ne staremmo lì fermi, immobili, senza fare nulla. Saremmo vivi, ma morti: materia inerte.

A cosa ci serve conoscere la sequenza sensazione-bisogno-comportamento?

A capire meglio le nostre dinamiche interiori, e quindi a capirci meglio, sapendo che ogni nostro comportamento è dettato da un nostro bisogno, possiamo facilmente risalire ai motivi di alcuni nostri comportamenti sbagliati, e correggerli.

Prendiamo me per esempio

Tempo fa, quando ero una persona psicologicamente immatura, avevo la cattiva abitudine di bere molti caffè al giorno. Poi ho appreso la dinamica delle sensazioni, da allora ho cercato di applicare la sequenza sensazione-bisogno-comportamento per capire cosa accadeva nella mia mente alla voce “caffè”. Ho capito che spesso, durante la giornata, nasceva in me la sensazione di appannamento seguita dal bisogno: “Devi bere un caffè” che, a sua volta, spingeva le mie gambe verso il bar più vicino.

Cosa ho fatto? Ho agito su tre fronti.

Alcune volte ho attaccato la sensazione, non appena la riconoscevo pensavo: “Ah. Ecco! In questo momento ho una sensazione di appannamento. Va bene. La lascerò buona buona nella mia mente. Non le darò ascolto. Non c’è nulla di male ad avere nella mente una tale sensazione”.

Altre volte ho attaccato il bisogno: “Devo bere un caffè”. Non appena lo riconoscevo, pensavo: “In questo momento avverto il bisogno di un caffè. Va bene, me lo tengo. Non lo soddisferò. Troppi caffè al giorno mi fanno male. Cosa mai potrà accadermi se adesso non bevo un caffè?”.

Altre volte, invece, attaccavo il comportamento. Frenavo le mie gambe che volevano andare al bar; oppure di non accostarmi al banco, mi recavo nella toilette e mi davo una bella rinfrescata. Non è stato facile ridurre la mia cattiva abitudine di bere molti caffè al giorno, ma nel giro di qualche mese, sono riuscito a dimezzarli.

Le sensazioni valgono per noi come per tutti i nostri fratelli inferiori: gli animali. Noi avvertiamo sensazioni di fame, sete, di freddo, di sonno, ecc. così come le avvertono gli scimpanzé, i cavalli, i cani, i gatti, i grilli e persino i moscerini. C’è soltanto una sola, ma importantissima, differenza: il pensiero.

Noi siamo esseri umani, noi pensiamo alle nostre sensazioni, le elaboriamo, le trasformiamo, le arricchiamo, ne inventiamo di nuove. Noi non avvertiamo soltanto fame, sete, sonno, ecc., ma anche altre diverse sensazioni. Noi possiamo avvertire sensazioni di gioia e di piacere, sensazioni di tristezza e di malinconia, sensazioni di successo e di insuccesso, e possiamo avvertire sensazioni di affetto, di amicizia e di amore, sensazioni di serenità, di allegria e di felicità, sensazioni di bellezza e di bruttezza, di vita e di morte, di finito e di infinito.

Le sensazioni sono le radici della nostra vita. Le sensazioni rendono meravigliosa la nostra vita. Le sensazioni sono la vita.

Ma ora vediamo come apprendiamo tutto il nostro “sentire”

L’apprendimento delle sensazioni

Noi apprendiamo ad avvertire sensazioni così come apprendiamo a camminare, a scrivere, a far di conto; come apprendiamo che il sole nasce a oriente e tramonta a occidente. Le sensazione apprese possono essere di due tipi: spontanee o condizionate.

Spontanee quando le apprendiamo da soli, senza essere influenzati da nessuno. Condizionate quando qualcuno ci induce ad avvertirle.

Avevo due anni quando vidi per la prima volta un pettirosso sul davanzale della mia finestra, avvertii una piacevole sensazione nel vedere i suoi colori, nell’udire il suo melodioso cinguettio. Ecco, quella fu una sensazione spontanea, essa scaturì in me in virtù di una mia esperienza vissuta, di una mia iniziativa interiore.

Avevo tre anni quando udii per la prima volta il tuono, mia madre, che era accanto a me, corrucciò la fronte, fece un gesto di stizza e imprecò: “Accidenti! Pioverà. Non potrò uscire. I panni non si asciugheranno”. Avvertii una brutta sensazione. Ecco, quella fu una sensazione condizionata; mia madre, senza rendersene conto, la fece nascere in me.

Noi abbiamo appreso la stragrande maggioranza delle nostre sensazioni per condizionamento. Da bambini, senza minimamente accorgercene, abbiamo subito un vero e proprio bombardamento psicologico: da parte dei nostri genitori, dei nostri insegnanti, dei nostri compagni di scuola, dei nostri parenti, della tv, ecc.

A cosa ci serve capire come e quando si apprendono le sensazioni?

A evitare di apprendere meno sensazioni spiacevoli possibili e a cercare di apprendere più sensazioni piacevoli possibili. Conoscendo la Dinamica dell’apprendimento delle sensazioni, capiremo, per esempio, quando abbiamo a che fare con persone che possono suscitare in noi sensazioni spiacevoli ed eviteremo di frequentarle spesso, cercheremo la compagnia di persone positive.

Cercheremo di stare più spesso a contatto con la natura, in questo modo ci sensibilizzeremo al bello naturale, di conseguenza avvertiremo più spesso sensazioni piacevoli e la nostra mente vivrà meglio.

L’intensità delle sensazioni

Le sensazioni possono avere vari gradi di intensità, possono essere: lievissime; lievi; poco intense; intense; intensissime.

Nei confronti delle rose per esempio, possiamo avvertire lievi sensazioni di gioia. Nei confronti dei nostri bambini invece possiamo provare intense sensazioni di gioia. Nei confronti dei ragni, medie sensazioni di timore. Di solito, la sensazione raggiunge un’elevata intensità nei primi momenti, poi, pian piano, si riduce fino a scomparire. Quando, per esempio, io cammino per i meravigliosi boschi di montagna, dapprima avverto un’intensa sensazione di gioia, in seguito, con il trascorrere dei minuti, questa gioia si attenua, e per la maggior parte del tempo mi sento mediamente gioioso. Mentre ritorno in città tale sensazione sfuma lentamente, fino a scomparire e la mia mente assume la solita condizione “serena-contenta” di fondo, condizione niente male.

A cosa ci serve conoscere l’intensità delle sensazioni?


A controllare l’intensità delle nostre sensazioni. Conoscendo la Dinamica dell’intensità delle sensazioni ci accorgeremo subito, per esempio, che la sensazione d’ansia che ci assale quando un nostro caro ritarda è razionalmente eccessiva, e cercheremo di ridurne l’intensità con uno sforzo di autoconvincimento. Ci accorgeremo subito, per esempio, che la reazione di rabbia che ci assale quando ci accade un piccolo inconveniente è razionalmente eccessiva e cercheremo di ridurla e frenare il nostro comportamento aggressivo; e la nostra mente vivrà meglio.

A cosa ci serve conoscere l’intensità delle sensazioni?

A favorire l’avvertimento di medie e lievi sensazioni. Conoscendo la Dinamica dell’intensità delle sensazioni eviteremo le sensazioni forti. Cercheremo di gustare le sensazioni piacevoli di lieve e media intensità. Non resteremo impassibili davanti a un fiore, davanti al tramonto, davanti al cielo stellato, gusteremo di più il cibo che mangiamo, il vino che beviamo, l’abbraccio di un amico, ecc.

La durata delle sensazioni

Le sensazioni possono essere avvertite per alcuni secondi o per alcuni minuti. La loro durata dipende dal tempo di esposizione allo stimolo che le suscita. Per meglio distinguerle usiamo due valori di durata: sensazioni brevi; sensazioni durevoli.
Se, viaggiando in automobile, vedo un cane schiacciato sull’asfalto, la sensazione (spiacevole) che avverto è breve. Se, invece, il mio cane viene investito da un auto e lo vedo con le zampe rotte che si trascina penosamente, la sensazione che avverto è durevole. Se mi trovo al tramonto sul lungomare e do un’occhiata al sole rosso che si tuffa nell’azzurro del mare, la sensazione (piacevole) che avverto è breve; se, invece, vado in spiaggia e rimango a osservare il sole e il mare per tutto il tempo del tramonto, allora la sensazione (piacevole) che avverto è durevole.

A cosa ci serve conoscere la durata delle sensazioni?

A gestire meglio le nostre sensazioni. Se, per esempio, soffriamo di timidezza, sapremo che la sensazione di disagio che ci assale quando dobbiamo parlare in pubblico segue l’iter di tutte le sensazioni (intensa all’inizio, meno intensa dopo un po’). Sapendo ciò, quando incominceremo a parlare e magari ci tremerà la voce penseremo: “Devo continuare a parlare, tra poco, per natura, l’intensità di questa mia sensazione si attenuerà, e potrò continuare questo mio discorso parlando meglio”. In tal modo, dopo qualche minuto, la nostra voce smetterà di tremare e avvertiremo più sicurezza, e potremo esprimerci nel migliore dei modi, e potremo dare agli altri il meglio di noi stessi.

Sensazioni specifiche e sensazioni generalizzate

Le sensazioni specifiche sono quelle che si avvertono davanti a uno stimolo ben preciso; quelle generalizzate, invece, davanti a stimoli simili tra loro. Quando osservo alla televisione un documentario dedicato ai serpenti, avverto una particolare sensazione di repulsione. Se, oltre la repulsione dei serpenti, avverto tale sensazione anche quando osservo lucertole, vermi e altri piccoli animali che strisciano, allora la mia è una sensazione generalizzata. Di fronte alla mimosa che si erge nel mio giardino avverto una particolare sensazione di gioia, e se, oltre a provare gioia davanti alla mia mimosa, la avverto anche davanti a ogni albero che vedo, allora la mia è una sensazione generalizzata.

A cosa ci serve capire la differenza tra sensazioni specifiche e sensazioni generalizzate?

A incrementare le nostre sensazioni piacevoli. Se, per esempio, avvertiamo sensazioni piacevoli soltanto quando guardiamo i fiori del nostro giardino, o i nostri figli, o i nostri cani, o i nostri gatti, quando saremo lontano da casa avvertiremo raramente sensazioni piacevoli. Se, invece, conosciamo la psicologia, ci daremo da fare per avvertire più sensazioni generalizzate piacevoli possibili. Ci sforzeremo così di gioire davanti a qualsiasi albero, qualsiasi bambino, qualsiasi cane, qualsiasi gatto, qualsiasi cosa.

La qualità delle sensazioni


Le sensazioni possono essere di due tipi: spiacevoli o piacevoli.

Sensazioni spiacevoli

Noi esseri umani avvertiamo sensazioni spiacevoli quando abbiamo fame, sete, caldo, freddo, ecc., quando sentiamo dolore fisico, quando abbiamo timore o paura. Noi, però, non avvertiamo sensazioni spiacevoli soltanto nelle situazioni di bisogno, di dolore e di pericolo, ma anche in tantissimi altri momenti che con il bisogno, il dolore e il pericolo non c’entrano nulla: le situazioni di frustrazione e di fastidio.

- La frustrazione

La frustrazione è una sensazione spiacevole che avvertiamo quando qualcosa o qualcuno ci impedisce di fare ciò che stavamo facendo, di realizzare ciò che stavamo tentando di realizzare. Io in questo momento sto scrivendo queste parole, se va via la corrente, il mio computer si fermerà e io non potrò continuare a fare ciò che sto facendo, di conseguenza avvertirò una sensazione spiacevole, ossia una frustrazione.

- Il fastidio

Il fastidio è una sensazione spiacevole che avvertiamo quando notiamo qualcosa che non va come dovrebbe, qualcuno non si comporta come dovrebbe, il mondo che non va come dovrebbe. Poco tempo fa, stavo facendo la coda all’ufficio postale, quando un impiegato ha fatto cenno a una signora che era dietro di me, le ha chiesto di dargli la sua bolletta da pagare e dopo un minuto le ha portato la ricevuta. A quel punto ho avvertito una sensazione spiacevole, ossia fastidio.

A cosa ci serve la conoscenza approfondita delle sensazioni spiacevoli?

A cercare di ridurre quelle che avvertiamo nella nostra giornata. Se conoscendo a fondo la qualità delle sensazioni, ci accorgiamo che la sensazione che avvertiamo in seguito a uno sgarbo subito o ad altre azioni scorrette del genere, è troppo intensa penseremo: “La sensazione negativa di rabbia che avverto adesso è eccessiva, non ne vale la pena. Mi farà male, ora mi rilasserò ,tirerò due profondi respiri e non le darò valore” . Se conosciamo a fondo le sensazioni spiacevoli, capiremo subito che la sensazione di colpa che avvertiamo per un nostro comportamento sbagliato è eccessiva, e penseremo: “Questa mia sensazione negativa di colpa sta durando troppo, in fin dei conti ho soltanto commesso un errore, non c’è nulla di male a sbagliare. Basta! Adesso non ci penserò più”.

Sensazioni piacevoli

Noi esseri umani avvertiamo sensazioni piacevoli quando mangiamo, facciamo all’amore, quando evitiamo un pericolo o una perdita. Noi, però, non avvertiamo sensazioni piacevoli soltanto quando soddisfiamo un bisogno o evitiamo un pericolo, ma anche in tantissime altre situazioni che con il bisogno soddisfatto e lo scampato pericolo non c’entrano niente: le situazioni di gioia.
La gioia è una sensazione di benessere mentale che ci avverte quando ci si trova davanti a qualcosa di vero, di vivo, di buono, di bello naturale, estetico e artistico, o quando si conosce, si capisce, si crea, si ama. Saper avvertire gioia è il segreto per far vivere meglio la nostra mente.

A cosa ci serve la conoscenza approfondita delle sensazioni piacevoli?

A cercare di aumentare quelle che avvertiamo nella nostra giornata. Il nostro pensiero può farci avvertire milioni di belle sensazioni, eppure la stragrande maggioranza di noi ne avverte soltanto poche decine: il piacere di mangiare, di bere, di fare all’amore, di possedere beni e oggetti di lusso. E tutte le altre piacevoli, bellissime sensazioni dove le mettiamo? E la sublime sensazione che si prova nell’ascoltare la musica dove la mettiamo? E la coinvolgente sensazione di creare? Di inventare, dove la mettiamo? E le sensazioni di gioia che regalano i fiori con le loro innumerevoli combinazioni di forme e di colori? I torrenti con la loro azzurra limpidezza? E la verde sensazione che ci offre il silenzio del bosco? La brezza del mattino in riva al mare? Il chiarore della luna sullo sfondo della note? E l’allegria delle ginestre di pianura, del biancospino di collina, dei rododendri di montagna? E l’intima-profonda sensazione di coinvolgimento, di amicizia, di amore, dove la mettiamo? Aumentando la gamma delle nostre sensazioni piacevoli, diventeremo più sensibili ad esse e le avvertiremo più spesso.
Se, per esempio, riusciamo a essere sensibili agli alberi, agli animali, al cielo, a ciò che è bello, durante la nostra giornata avremo occasione di avvertire spesso la sensazione di gioia, perché di sicuro vedremo il cielo, qualche albero, qualche animale, qualcosa di bello, insomma.
Vi sono milioni di piacevoli sensazioni, ma la stragrande maggioranza delle persone ne avverte soltanto alcune decine, e per lo più sempre le stesse. Vivere è vivere felici. Vivere felici è avvertire più spesso sensazioni piacevoli e meno spesso sensazioni spiacevoli. Ma se non sappiamo cosa sono, come si manifestano e come si avvertono, se non siamo coscienti delle miriadi di belle sensazioni che il nostro pensiero può regalarci, non ci riusciremo mai.

Una sensazione importante: il timore

Prima di conoscere sua maestà il timore facciamo una visita a sua madre: la paura.

La paura

Gli istinti che ho descritto fin qui sono istinti di vita: ci difendono dalla morte. Noi però non corriamo il rischio di morire soltanto di fame, sete, freddo, ecc., ma anche per morte violenta. Il mondo è un luogo pieno di pericoli, specie di questi tempi... Non ci sono problemi, Madre Natura ha provveduto a fornirci di un istinto particolare, un istinto sempre all’erta, sempre pronto a proteggere la nostra vita: la paura.
La paura è la nostra più grande amica, è lei che davanti a un grave pericolo ci fornisce in un battibaleno la forza necessaria per difenderci o per fuggire. Eppure crediamo che sia nostra nemica, e non le vogliamo tutto quel bene che si merita. Dobbiamo apprezzarla, invece, amarla, farla stare ben comoda nella nostra mente, dobbiamo tenercela cara regalandole spesso cioccolatini, perché senza di lei saremmo in un mare di guai.
Come si manifesta la paura? Ci accorgiamo di un pericolo, avvertiamo una forte sensazione, ossia un turbamento intenso e violento del nostro equilibrio interiore, nello stesso tempo nasce un bisogno di sicurezza, ci comportiamo in modo da soddisfare tale bisogno, fuggiamo o attacchiamo ciò che ci minaccia. Poi tutto torna come prima.
Come con la fame, la sete, ecc., anche con la paura avvertiamo una sensazione di bisogno e adottiamo un comportamento atto a soddisfare tale bisogno, però vi sono due differenze. Nella fame, nella sete, ecc., il turbamento è lieve e graduale, nella paura invece è intenso e violento. Ogni volta che percepiamo un pericolo immediato per la nostra vita la paura si sveglia improvvisamente e ci scuote: “Alt! Allarme! Pericolo! S.O.S. Ferma tutto! Presto! Non c’è un attimo da perdere, agisci immediatamente, altrimenti è la fine”.
Nella fame, nella sete, ecc., il bisogno e il comportamento da adottare non sono impellenti, nella paura sì. Quando abbiamo paura, non possiamo rimandare la soddisfazione del bisogno di sicurezza che nasce in noi, siamo costretti ad agire subito, pena la morte.
Al giorno d’oggi, è raro avvertire paura. Siamo animali “civili”, difficilmente ci accade di trovarci di fronte a un leone, difficilmente un animale notturno penetra nelle nostre case come accadeva quando i nostri avi vivevano nelle caverne, difficilmente tribù vicine invadono il nostro territorio. Non siamo esseri primitivi, perciò addio leoni, addio caverne, addio tribù rivali e addio paura. Dovremmo quindi godercela a più non posso, invece non è così. Di chi la colpa? Del timore, vediamo perché.

Il timore

Quando eravamo primitivi e ci avvedevamo di un pericolo, istintivamente avvertivamo una sensazione di paura. Cessato il pericolo, ci rasserenavamo e ritornavamo a vivere tranquillamente guidati dai nostri istinti. Non dovevamo fare niente, pensavano a tutto loro, era una vera pacchia.
Adesso che abbiamo sviluppato il pensiero, “pensiamo” appunto alle nostre paure; le elaboriamo, le trasformiamo, le moltiplichiamo, le ingigantiamo, vi rimuginiamo sopra. Adoperando la fantasia siamo capaci di inventare migliaia di paure immaginarie. In pratica ci creiamo una quantità innumerevole di “paure pensate”. Chiamiamo “timori” tali paure.
La paura scatta in noi quando ci troviamo in una situazione di reale pericolo, il timore invece scatta in noi quando crediamo di trovarci o di poterci trovare in seguito, in una situazione di pericolo. Cercherò di chiarire meglio la differenza tra la paura e il timore con alcuni esempi.
Un forte temporale ci sorprende all’aperto e i fulmini ci sfiorano, immediatamente ci spaventiamo. In questo caso stiamo avvertendo paura, ossia temiamo giustificatamente per la nostra incolumità.
Una pioggia fitta ci sorprende in città senza ombrello, immediatamente ci spaventiamo. In questo caso stiamo avvertendo timore, ossia temiamo ingiustificatamente per la nostra incolumità. Cosa ci fa spaventare? La pioggia fitta o la nostra immaginazione che la trasforma in una sarabanda di tuoni e fulmini? Ecco! Il timore non è altro che paura pensata, immaginata, esagerata.
I nostri fratelli inferiori, gli animali, avvertono paura per pericoli reali e immediati. Noi invece la avvertiamo per pericoli immaginari o futuri: pericoli in cui, probabilmente, non incapperemo mai.

A cosa ci serve conoscere a fondo i timori?

A combatterli e a ridurli. La nostra vita psicologica è composta da tanti fenomeni, ma sono i timori a fare il bello e il cattivo tempo all’interno della nostra mente, sono loro a dirigere gran parte dei nostri comportamenti e del nostro stile di vita. Conoscendoli bene riusciremo facilmente ad analizzarli e a capire quali sono i nostri timori fondati e quelli infondati, quali i leggeri e quali gli intensi, e con un po’ di buona volontà, potremo lavorare su quelli infondati e su quelli intensi per ricondurli sulla retta via. Non solo. Conoscendoli bene, possiamo analizzare e capire anche i timori di coloro che frequentiamo giornalmente, e avere più comprensione nei loro confronti, e accettarli di più, e vivere meglio insieme a loro.
Se capiamo che il nostro partner ha un elevato timore di contrarre una malattia (e conosciamo la dinamica dei timori) non staremo lì a biasimarlo se al primo sintomo di malattia chiama il dottore. Cercheremo invece di stargli vicino e di rasserenarlo, agiremo in tal modo, perché sappiamo bene che colui che ha un timore del genere non è in grado di controllarsi quando ne è preda.

La teoria dell'attaccamento

La motivazione che è alla base della richiesta del bambino di essere preso in braccio va oltre la semplice soddisfazione dei bisogni fisiologici.

Bowlby, rispetto alla psicoanalisi, interpreta la relazione madre-figlio come riconducibile a una motivazione primaria.

Freud ritiene che il bambino si leghi alla madre perché lei soddisfa i suoi bisogni di alimentazione, di pulizia e si pone come oggetto su cui scaricare la propria libido, tant’è che parla di relazioni oggettuali; Bowlby invece ritiene che il bambino si leghi alla madre e mantenga il contatto con lei per una motivazione primaria, parla di relazione di attaccamento: il bambino si lega alla madre e mantiene il contatto perché è motivato a mantenere il contatto, questo per la specie è assicurarsi la sopravvivenza.

Bowlby postula che negli individui è presente fin dalla nascita un sistema di schemi comportamentali a base innata, frutto della selezione naturale, detto sistema dell’attaccamento.

La funzione biologica di questo sistema viene rintracciata nel dato che, nell’ambiente di adattamento evoluzionistico (quello in cui vivevano i primi uomini), esso assicurava ai piccoli la protezione dai predatori e dai pericoli da parte di chi più si prendeva cura di loro, quella che di solito era la madre biologica.

Il sistema dell’attaccamento, infatti, è delineato in termini di un sistema di controllo, di un sistema omeostatico, che ha lo scopo di mantenere in equilibrio le condizioni esterne e quelle interne della sicurezza: se l’ambiente è sicuro, l’individuo si sente sicuro; quando nell’ambiente è presente un pericolo, il sistema si attiva e porta alla messa in atto di una serie di comportamenti (i comportamenti dell’attaccamento), quali, in età infantile, il pianto, l’aggrapparsi, e poi il seguire, che consentono l’accostamento o il mantenimento del contatto con la figura d’attaccamento, e che quindi fanno sì che si ripristini una condizione di sicurezza: tramite la prossimità con la madre, i piccoli avevano la possibilità di usufruire della sua protezione e quindi di sopravvivere.

Bowlby ipotizza, peraltro, che altri tre sistemi di controllo guidino il comportamento infantile: quello esplorativo, quello deputato alla gestione della paura e quello affiliativo.

In un organismo biologico “funzionante” e in condizioni “naturali”, il sistema dell’attaccamento opera in modo che vi sia una coordinazione con questi altri sistemi, tutti e quattro sono organizzati in modo che si mantenga tra i comportamenti che da essi sono attivati, e in particolar modo tra l’esplorazione dell’ambiente fisico e sociale e la vicinanza con la figura d’attaccamento, un equilibrio dinamico.

L’attaccamento è visto, poi, come un costrutto organizzativo: per poter soddisfare i bisogni relativi all’attaccamento il sistema comportamentale dell’individuo, quello psicofisiologico, quello affettivo-emotivo, quello cognitivo e quello comunicativo raggiungono una loro coordinazione e organizzazione funzionale.

Ad esempio: quando un innamorato sta con la propria innamorata, o un marito sta con la propria moglie, tra i due si ha una relazione di attaccamento; il partner mantiene il contatto perché ha bisogno del contatto, non perché il marito le compra i gioielli, o perché la moglie cucina; queste sono altre cose che fanno parte della relazione.

Ma una relazione di attaccamento prevede il piacere del contatto, dello stare vicini, dell’ascoltarsi, dell’aiutarsi, perché oltre il contatto c’è tutta una serie di cose che implicano una motivazione primaria che non sono legate al soddisfacimento di altre cose.

Come vedremo, nelle distorsioni dell’attaccamento, nelle patologie dell’attaccamento tutto questo non c’è, perché è l’esito di una distorsione di cure e quindi un modo distorto di tessere relazioni affettive.

Per Bowlby i disturbi mentali, i disturbi della condotta, i disturbi dalle fobie, le paranoie persecutorie, la violenza, essere un serial-killer, dar luogo a delitti passionali ed essere un omicida passionale, sono l’esito di esperienze reali delle prime fasi della vita e non è come vuole la Psicoanalisi legate al non superamento del complesso di Edipo, oppure che ci sono dei meccanismi di proiezione e di rimozione. Si tratta, quindi, di un approccio completamente diverso; dunque un modo diverso d’intendere la motivazione nel setting terapeutico.

La psicoanalisi, infatti, si basa su quello che viene chiamato modello energetico della motivazione, mentre per l’attaccamento non è così: noi siamo regolati da un sistema di controllo che è corretto secondo lo scopo, quindi di un modello che è di tipo cibernetico.

Il sistema di attaccamento segnala il pericolo e permette la messa in atto di comportamenti, quest’ultimi risultano dall’elaborazione delle informazioni, se c’è un pericolo il bambino si avvicina alla figura di attaccamento, cessa il pericolo ed esplora.

Si tratta di un modello semplice e implicito che viene definito come modello mentale di attaccamento. Questi modelli operativi interni (schemi mentali) sono delle aspettative rispetto a quello che io sono, a quello che sono gli altri e all’aiuto che mi viene dato.

Sono proprio questi schemi che regolano e fanno da filtro nell’elaborazione delle informazioni, per cui si può individuare un pericolo laddove non c’è, al contrario non individuare un pericolo laddove c’è.

Pertanto si esprimono emozioni distorte e si mettono in atto comportamenti distorti con l’esito di confondere l’individuo, confondere il cervello. Non è dovuto a un atteggiamento maligno del paziente, ma al fatto che la sua elaborazione delle informazioni è distorta dai suoi schemi mentali, è distorta dai suoi modelli interni dell’attaccamento.

Quindi una terapia secondo l’attaccamento opera su questi modelli operativi interni, cioè deve far cambiare il copione per modificare il comportamento. Una terapia psicoanalitica, invece: deve far sì che nel setting il paziente riviva la scena madre e scarichi l’energia, perché per Freud i sintomi, i tic, i disturbi della condotta sono dovuti all’energia che è rimasta incapsulata, che non ha potuto manifestarsi; si porta il paziente a rivivere il ricordo, a scaricare l’energia nel setting e passa il sintomo, si guarisce, perché il sintomo è frutto di questa energia che è rimasta incapsulata.

Il modello cognitivo è abbastanza in linea con i presupposti della teoria dell’attaccamento, così come lo è la terapia relazionale, perché anche Bowlby insiste sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento, l’utilità di vedere i pazienti con le loro famiglie, ma i presupposti teorici sono diversi, il modo come può avvenire una trasmissione in sintomi sono diversi.

Il comportamentismo sostiene che se a una persona si fa ricordare, si fa provare qualcosa, e in concomitanza si dà una scossa elettrica o si fa provare un qualcosa di negativo, attraverso un condizionamento cambia il comportamento della persona, perché il meccanismo associativo le fa associare quell’evento, quell’emozione, quel comportamento a qualcosa di negativo; d’ora in poi non lo farà più. Questo è il modello comportamentista che si adottava per il vizio del fumo, per cui alle persone che fumavano si faceva provare qualcosa di negativo mentre lo facevano; l’ipotesi era che esse smettessero di fumare perché associavano il fumo a qualcosa di spiacevole.

I modelli sono diversi e le terapie sono diverse, s’interviene in maniera diversa. Su questa base un terapeuta deve far sì, attraverso la sua relazione, che i modelli mentali dell’attaccamento cambino dentro, cioè si deve far sperimentare al paziente una relazione che non sia distorta come quella che ha avuto con la propria madre.

Per questo insisto sul fatto che il terapeuta che dice: lasci venire il bambino che è in sé, oppure che ridicolizzi l’ansia, il pianto di un paziente adulto, non fa altro che replicare una relazione che è stata distorta. Invece il terapeuta deve far provare quella che si chiama la sensazione di base sicura, quella che assimila la madre, il papà, figura dalla quale poter allontanarsi per esplorare. Esplorazione non vuol dire solo l’ambiente fisico, vuol dire nuove relazioni, il nuovo modo: la riorganizzazione mentale, e tutto questo ha a che fare con il modo in cui intendere i percorsi.

La psicoanalisi sostiene che vi sono degli stadi con delle fasi psichiche, cioè il susseguirsi di stadi caratterizzati dal prevalere di una certa zona erogena piuttosto che un’altra e caratterizzati dalla zona attraverso la quale si scarica la libido.

Bowlby parla di percorsi individuali, cioè a seguito delle prime esperienze si formano questi schemi mentali che fanno da filtro nell’elaborazione delle informazioni e le persone possono prendere una strada piuttosto che un’altra, che conferma sempre di più le sue aspettative su di sé e sugl’altri, perché si mettono in atto dei processi di memoria selettiva, di attenzione selettiva, di percezione selettiva.

Questo accade a seguito delle prime esperienze: si formano dei modelli operativi interni che funzionano come schemi cognitivi (Grazia Attili ha dimostrato nel suo libro: “Introduzione alla psicologia sociale” come la teoria dell’attaccamento spiega il comportamento sociale, spiega addirittura l’organizzazione sociale, il modo in cui noi ci poniamo, la socialità), e il punto di volta della teoria dell’attaccamento è, appunto, ipotizzare la formazione di schemi mentali, modelli operativi interni che funzionano come gli schemi di cui parlano gli psicologi sociali.

Gli schemi sociali come funzionano? Fanno da filtro, vedono il comportamento, organizzano le informazioni sulla base di questi modelli che sono cognitivi: di attenzione selettiva, memoria selettiva, percezione selettiva.

In terapia bisogna riorganizzare la percezione, l’attenzione, richiamare attraverso i racconti del paziente, la sua attenzione su certi eventi che lui ci sta raccontando e sui quali non pone attenzione e si fa vedere come lui in maniera ripetitiva, si focalizza solo su quegli eventi che confermano i suoi modelli mentali e riportati alla memoria, ad esempio ricorda tutte le volte che la madre lo ha ridicolizzato e non si ricorda quando la madre lo ha aiutato, si ricorda tutte le volte che lui è stato chiamato bambino cattivo e non si ricorda altri episodi nella relazione con il coniuge.

Tutti i modelli mentali si mantengono costanti nel narrare, la psicoterapia è una narrazione. Nella narrazione il paziente cava tutti gli episodi che possono confermare le sue aspettative, su di sé e su gli altri, perché c’è il bisogno di coerenza e ciascuno di noi cerca di mantenere un quadro coerente di se stesso e delle sue esperienze.

L’intervento terapeutico dovrà far vedere al paziente che sta sbagliando quando, ad esempio, il suo partner ha fatto delle cose carine di cui non ha visto il significato, ed è per questo che c’è la resistenza al cambiamento, ci sono le malattie mentali.

Nelle paranoie persecutorie uno attribuisce costantemente intenzioni ostili agli altri, anche lì dove non ci sono.

I padroni della nostra vita: i Bisogni

Bisogni e desideri

Tra il bisogno e il desiderio c’è la seguente differenza: quando abbiamo un bisogno da soddisfare pensiamo: “Vivo male. Sto male. Devo avere questa cosa (denaro, affetto, stima, sicurezze, ecc.) per vivere bene, per star bene”; quando invece abbiamo un desiderio da soddisfare pensiamo: “Vivo bene. Sto bene. Se avrò questa cosa vivrò meglio, starò meglio. Se non l’avrò, non fa nulla. Continuerò a vivere bene come adesso”.

Un mio amico vive in una casa di cento metri quadrati, ma ne vuole una più grande. Anch’io vivo in una casa di cento metri quadrati, e voglio una casa più grande. Ma tra me e questo mio amico c’è questa differenza: lui vive male nella sua piccola (si fa per dire) casa, non sopporta di non avere i doppi servizi, la veranda, ecc., e s’innervosisce, si lamenta, sbraita, sbuffa, si gonfia, scoppia; io invece nella mia casa vivo bene, mi basta, mi sento a mio agio. Certo, vorrei avere uno studio tutto per me in modo da non essere costretto a scrivere nel salone, e vorrei anche una libreria più grande, ma non me ne faccio un problema, nella mia casa ci sto benone. Ecco! Io ho il desiderio di una casa più grande, il mio amico invece il bisogno.

Il bisogno, di solito, non nasce dall’insufficienza di ciò che abbiamo, ma dall’esagerazione di ciò che vogliamo.


I bisogni più importanti sono sette: bisogni vitali, bisogni secondari, bisogni abitudinari, bisogni condizionati, bisogni consumistici, bisogni pensierali, bisogni nevrotici.
1) Bisogni vitali: Quando abbiamo fame, sete, freddo, caldo, sonno, ecc., dobbiamo obbligatoriamente provvedere entro un ragionevole limite di tempo, non possiamo rimandare, non possiamo dire a questi bisogni vitali: “Adesso aspettate che ho da fare, se ne parlerà il prossimo mese”. Per questi motivi sono detti bisogni vitali.
2) Bisogni secondari: Oltre ai bisogni vitali, vi sono altri tipi di bisogni da soddisfare: i bisogni secondari. Si chiamano in questo modo perché non è assolutamente necessario soddisfarli; se li soddisfiamo, bene, in caso contrario non moriamo di certo. Ecco i bisogni secondari più importanti.
- Bisogno di sicurezza. Il bisogno di non essere esposti a pericoli (intemperie, animali feroci, ecc.), il bisogno di avere un tetto sulla testa, il bisogno di avere una certa sicurezza economica.
- Bisogno sessuale. Il bisogno di accoppiarci con un nostro simile dello stesso sesso e/o di sesso opposto.
- Bisogno di affetto. Il bisogno di vivere in gruppo, di avere qualcuno che stia con noi, che ci voglia bene, che ci aiuti in caso di necessità, che non ci faccia sentire soli, ecc.
- Bisogno di stima. Il bisogno di essere stimati dal gruppo al quale apparteniamo, di avere prestigio sociale, ecc.
I bisogni secondari, come quelli vitali, sono bisogni naturali; a differenza dei primi, però, non rappresentano delle necessità, ma soltanto dei desideri.
Noi desideriamo avere delle sicurezze, ma se non ci riusciamo non è certo la morte. Desideriamo accoppiarci con un individuo del sesso opposto, ma se non lo facciamo non accade nulla di grave. Desideriamo avere qualcuno che ci voglia bene, ma non è assolutamente necessario. Se rimaniamo senza affetto non è certo la fine del mondo. Desideriamo essere stimati, ma se nessuno ci stima, ci apprezza, ci elogia, possiamo benissimo continuare a vivere.
3) Bisogni abitudinari: All’interno della nostra mente, oltre a tutta una serie di bisogni motivati, ve ne sono alcuni che non hanno un vero motivo, nascono da un’abitudine. Accade che a una certa ora del giorno, in una determinata circostanza, quando si verificano delle condizioni particolari scatta in noi un particolare bisogno.
In un mio amico, per esempio, ogni giorno, dopo aver mangiato il secondo piatto, scatta il bisogno di mangiare del formaggio, qualsiasi tipo di formaggio, qualsiasi quantità, purché lo mangi. Due sere fa ero a cena da lui, sua moglie aveva preparato una frittata al formaggio, eppure, dopo averne mangiato una bella fetta, ha preteso un grosso spicchio di Emmenthal. Perché? Perché in quel momento, nella sua mente, è scattato un bisogno da abitudine, un bisogno non giustificato, un bisogno senza alcuna ragione.
4) Bisogni condizionati: Tutti i bisogni che abbiamo ora descritto sono naturali, nascono con noi. Vi sono però anche bisogni artificiali, bisogni creati dall’uomo: i bisogni condizionati. Come si formano? Se durante la nostra infanzia i nostri genitori si comportavano in una certa maniera, molto probabilmente anche noi nelle stesse circostanze ci comporteremo così.
Quando ero bambino, i miei genitori prima di iniziare il pranzo bevevano un bicchiere d’acqua, e io giù a bere acqua. Ora, da grande, a tavola, difficilmente inizio a mangiare senza berne. Ecco! Questo è un bisogno condizionato. Se durante la nostra infanzia i nostri genitori davano troppo valore al giudizio altrui, automaticamente anche noi assegneremo troppo valore al giudizio altrui, e ci danneremo l’anima per presentarci agli altri nel migliore dei modi, per essere irreprensibili, perfetti, ecc… I bisogni appresi nell’infanzia sono milioni, ma noi non ce ne siamo accorti, ora da adulti crediamo che tutti i nostri bisogni siano naturali.
5) Bisogni consumistici: Sono quei bisogni prodotti dai condizionamenti sociali e degli industriali mediante pubblicità. I bisogni consumistici sono infiniti, ma esaminiamone alcuni.
- Bisogno di avere molti soldi in banca, oggetti di valore, una casa di proprietà, molte comodità, più di un’automobile, più di un televisore, molti elettrodomestici, mobili di lusso, ecc.
- Bisogno di mangiare cibi speciali (formaggi particolari, salumi pregiati, cioccolata merendine, dolcetti, ecc.)
- Bisogno di gustare bevande speciali (vini particolari, bibite gasate, liquori, ecc.).
- Bisogno di vestire sempre alla moda, usare accessori alla moda, pettinarsi alla moda, ecc.
- Bisogno di divertirsi in senso consumistico. Bisogno di andare in vacanza.
I bisogni consumistici hanno una particolare caratteristica: sono superflui, ma ci sembrano necessari.
6) Bisogni pensieriali: Fin qui abbiamo conosciuto tutta una gamma di bisogni, a questo punto viene da pensare “ma allora, se riusciremo a soddisfare tutti questi bisogni, siamo a posto!”.
No! Perché, per vivere veramente bene, vi sono altri importantissimi bisogni da soddisfare: i bisogni pensierali. Noi non siamo soltanto corpo, ma anche pensiero, perciò per vivere bene dobbiamo far vivere bene sia il corpo che il pensiero, e per far vivere bene il nostro pensiero dobbiamo soddisfare i seguenti suoi bisogni detti, appunto, bisogni pensierali. Eccoli: il bisogno di conoscere, capire, scoprire, curiosare, fare nuove esperienze, avvertire nuove sensazioni, ecc.; il bisogno di creare, inventare, sviluppare la propria fantasia, ecc.; il bisogno di percepire il bello, l’arte, la musica, ecc.
Per noi esseri umani, vivere non è soltanto mangiare, bere, dormire, fare all’amore, ecc., ma qualcosa di più, molto di più.
7) Bisogni nevrotici: Dulcis in fundo vi sono i nostri nemici numero uno, i bisogni più deleteri, i bisogni nevrotici. Sono tutti i bisogni sopra descritti che la nostra mente, per qualche sua particolare carenza, ha trasformato in forti necessità.
Noi, per esempio, abbiamo un naturale bisogno di sicurezze future, e mettiamo soldi da parte (non si sa mai, potrebbe succedere qualche imprevisto, i soldi servono sempre). Fin qui niente da eccepire. I guai cominciano quando i soldi messi da parte non ci sembrano mai abbastanza, e ingrossiamo il nostro conto in banca, e acquistiamo continuamente beni immobili, e investiamo in buoni postali, del tesoro, ecc. Ecco! Il bisogno di accumulare molti soldi per il futuro è un bisogno nevrotico, non è dettato dalla nostra naturale insicurezza, ma da un nostro eccessivo bisogno di sicurezza e di super-benessere, è una carenza, una fissazione, una mania.
Esempi: volersi presentare bene agli altri è un bisogno naturale, nessuno vuole fare la figura dello straccione, ma struggersi nel tentativo di ottenere a ogni costo un bell’effetto sugli altri è un bisogno nevrotico. Cercare una persona che ci voglia bene e ci dia amore è un bisogno naturale, ma pretendere di trovare a ogni costo una persona che ci ami perdutamente, ci capisca appieno e ci dia tutte le attenzioni e le tenerezze che desideriamo è un bisogno nevrotico. I bisogni nevrotici sono proprio tanti, citiamone ancora qualche altro così a caso: il bisogno di avere sempre ragione; il bisogno di essere primi in tutto; il bisogno di mantenere il controllo di tutte le situazioni; il bisogno di essere perfetti; il bisogno di essere amati da tutti; il bisogno di possedere sempre di più; il bisogno di essere liberi da conflitti e frustrazioni; il bisogno di cambiare gli altri; il bisogno di sapere tutto e di conoscere tutto.
I bisogni nevrotici non esistono, sono innaturali, irreali, inventati. È come cercare la fonte della giovinezza, la pozione dell’invisibilità, la pietra filosofale; è chiaro che se non esistono non vi è neanche la possibilità di poterli soddisfare. I bisogni nevrotici non si devono soddisfare, non si possono soddisfare, si deve cercare invece di ridurre il nevroticismo che sta a monte, dopo di che la nostra mente vivrà meglio.

A cosa ci serve conoscere a fondo i bisogni?


A distinguere i nostri bisogni naturali-pensierali-salutari da quelli condizionati-dannosi, e a ridurre i primi e a incrementare i secondi. La nostra vita psicologica e di conseguenza il ben vivere della nostra mente, dipende dalla percentuale di tempo e di energie che dedichiamo alla soddisfazione dei nostri bisogni. Più tempo ed energie dedichiamo alla soddisfazione di quelli consumistici e nevrotici, meno tempo ed energie dedicheremo alla soddisfazione di quelli più di tutti gli altri possono fare ben vivere la nostra mente: i bisogni pensierali. È un circolo vizioso, un dannatissimo circolo vizioso, un distruttivo circolo vizioso, un dannatissimo circolo vizioso che con il trascorrere degli anni si restringe sempre più. Per evitare di andarci a ficcare dentro, dobbiamo conoscere a fondo i bisogni.
Se conosciamo la dinamica dei bisogni, capiremo subito che il nostro bisogno di denaro non è primario, ma secondario, e anziché dannarci per guadagnarne sempre più, cercheremo di ridurre il nostro eccessivo bisogno di denaro. Se conosciamo la dinamica dei bisogni, ci accorgiamo facilmente quando l’impulso che ci spinge a ottenere una cosa è irresistibile, e ci chiederemo: “Cosa si nasconde sotto questo mio forte bisogno? Vediamo. Cerchiamo di capire”.

Investiremo così buona parte delle nostre energie per ridurre il bisogno e la causa che lo ha prodotto. Se conosciamo la dinamica dei bisogni, capiremo che gran parte dei nostri guadagni serve a soddisfare bisogni consumistici. E cercheremo di non lasciarci allettare dalle mille tentazioni di acquisto che ci si presentono, e cercheremo di non indugiare troppo al supermercato, e cercheremo di non dare ascolto alla pubblicità commerciale. In tal modo spenderemo meno denaro per cose superflue e potremo spenderne di più per cose accrescitive.

Ma la conoscenza dei bisogni favorisce anche il buon andamento dei rapporti interpersonali. Conoscendo le caratteristiche dei bisogni nevrotici, ci sarà facile localizzarli in coloro che ci frequentano, e ci faremo una valida idea della loro personalità, e cercheremo di aiutare le persone che hanno molti bisogni nevrotici, e ci avvicineremo a quelle psicologicamente sane, e vivremo ottimi rapporti interpersonali e la nostra mente vivrà meglio.

Autostima

La vita mi ha insegnato che…

Bellezza: è un sostantivo femminile singolare. Voglio dire che non è riproducibile, fotocopiabile, standardizzabile. Non c’è merito nell’essere belle/i. Vuoi mettere la fatica per cercare di essere sexy, simpatica/o, forte, allegra/o, intelligente, materna/o, responsabile, libera/o, sicura/o? Però è sicuramente vero che l’energia, l’ironia, la vitalità, la voglia di mettersi nel gioco della seduzione… quella cosa lì ci rende belle/i, e ha la fortuna di non usurarsi col tempo.

Quello che conta: la generosità, cioè non negarsi a se stessi, al mondo, ai sentimenti, agli affetti. La disponibilità ma anche il tempismo, ovvero saper cogliere quello che la vita ti dà. E poi l’ironia. Come diceva Romain Gary, l’ironia è una dichiarazione di dignità, perché è l’affermazione della superiorità dell’uomo su quello che gli capita. È vero che non cambia le cose, ma cambia il modo di vederle! Toglie peso, toglie autoreferenzialità.

Rapporto di coppia: ho avuto grandi passioni e intensi successi sentimentali. Oggi voglio vivere una storia d’amore con una donna meravigliosa, un legame solido, in cui mi gioco con una interezza che mi piace, sul piano di una parità vera. Sono convinto che la convivenza fra uomo e donna sia una cosa assolutamente difficile ma può essere una bellissima scommessa. Mettiamola così: può funzionare se coltivi un progetto di vita a due, con poca routine e in cui si alternano momenti di condivisione a spazi di autonomia.

Il tempo che passa: occorre farsene una ragione. Scendere a patti, porre rimedio, senza snaturarsi e perdere la faccia. Se tu hai avuto una vita felice non puoi non gioire dello straordinario patrimonio che ti fa compagnia: i ricordi. Adoro ripensare a quello che c’è stato: non sono nostalgico, ma per me è indispensabile avere una forma di relazione con il passato. Giocare con i ricordi è: “Pensa quante cose, quanta strada per arrivare dove sono…”.

Tutto si acquista ma volersi bene è una conquista.

A volte basta poco. Recuperare l’atmosfera del gioco, prestare attenzione alle coincidenze, cogliere i momenti giusti… E il cambiamento diventa facile e rapido. Se una cosa l’hai potuta fare una volta, la potrai fare sempre. Pensiamo per un secondo a questa massima del Filarete (architetto, pittore, scultore e uomo di lettere) e ci accorgeremo che funziona proprio così.

Dice Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, sottolineando che il troppo cambiare non fa che mantenerci nella posizione di partenza. Per cambiare veramente non serve essere radicali: spesso basta un dettaglio per metterci in moto.

Nella mitologia classica incontriamo la figura di Teseo che va alla ricerca del Minotauro inoltrandosi in un labirinto. Quest’immagine tortuosa ritorna puntualmente nella tradizione greca così come in molte altre: rappresenta il tragitto difficoltoso e irto di pericoli che l’aspirante eroe deve percorrere, se vuole incontrare e vincere il mostro per poter proseguire nel suo cammino.

Anoressia: invisibili dentro e invisibili fuori

Il contatto con noi stessi è difficile, perché nel profondo possiamo trovarci nudi di fronte alle nostre incertezze e alle nostre paure.
Soli con noi stessi, la più grande solitudine. È uno spazio incolmabile. A volte si preferisce dimenticare quello che si è, protesi a diventare quello che non saremo mai, e che forse non vorremmo mai essere. Soli dentro e soli fuori, e quando ci si sente soli e inutili, qualsiasi droga o qualsiasi modello sostituisce il proprio, che non ha il tempo e il luogo per nascere.
E quando ci si sente soli, e la ricerca della visibilità cozza contro non oltrepassabili muri, ci si sente invisibili dentro, e allora si desidera essere invisibili anche fuori.

La percezione

La percezione è il fenomeno che ci mette in contatto con il mondo. Che cosa avviene all’interno della mente umana quando un uomo vede qualcosa?

I suoi occhi “fotografano” l’esterno e inviano la pellicola direttamente alla mente. Qui essa incontra un sacco di “gente”: bisogni, desideri, sentimenti, aspirazioni, timori, pregiudizi, ottimismo, pessimismo, creatività, immaginazione, fantasia, ecc.
Costoro la ritoccano a loro piacimento e la inviano alla centrale operativa. Questa la osserva, la analizza, la valuta, e decide il da farsi.
Il nostro vedere, dunque, è influenzato da ciò che abbiamo nella nostra mente. Con gli occhi vediamo una cosa, con la mente invece ne vediamo un’altra. Se nella nostra mente abbiamo molti bisogni, tutto ciò che vediamo viene distorto da essi, in pratica vediamo molte cose soprattutto in funzione del bisogno che esse possono soddisfarci. Se nella nostra mente abbiamo molti timori, dipingeremo di pericolosità tutto ciò che vediamo. E così via.
La percezione è il nostro vedere attraverso la mente. La percezione esegue due distinte operazioni:
- valutazione della realtà
- arricchimento della realtà

Valutazione della realtà
Valutare la realtà significa assegnarle un valore di guadagno o di perdita: guadagno o perdita di salute, di denaro, di affetto, di sicurezza, ecc. Ne consegue che una persona tranquilla e naturalmente timorosa assegnerà alla realtà il suo vero valore. Una persona emotiva e timorosa le assegnerà un valore diverso, lontano da quello reale. Una persona ansiosa e molto timorosa le assegnerà un valore ancora più diverso, lontanissimo da quello reale.
La valutazione corretta della realtà avviene quando si raggiunge una buona maturità psicologica. Certo si distorce sempre il reale valore di ciò che si vede, nessuno è perfetto. Ma si tratta di piccole differenze che non incidono molto sul nostro modo di agire e di reagire.

Arricchimento della realtà
Abbiamo già esaminato come spesso assegniamo alla realtà un valore diverso da quello vero. Ma quando essa è neutra (ovvero quando non ha nessun valore di guadagno, di perdita o di pericolo) come lo percepiamo? La percepiamo secondo ciò che abbiamo dentro, secondo la nostra ricchezza interiore. Vediamo i tre casi più comuni: la percezione di una persona “patologica”; la percezione di una persona disturbata; la percezione di una persona sana.
- La persona “patologica” nota soltanto i difetti di ciò che vede. Tutto è grigio, tutto è negativo, tutto è deprimente, in pratica abbruttisce la realtà, come se dipingesse di grigio il mondo, perché è lei ad avere il grigio in sé.
- La persona psicologicamente disturbata nota più i difetti che i pregi di ciò che vede: imperfezioni, cose che non vanno come dovrebbero, ecc.; raramente vede il bello, la gioia, ecc.
- La persona sana nota più le qualità che i difetti di ciò che vede, in pratica, ella distorce in positivo le visioni neutre della realtà. Da una parte, esalta i pregi e riduce i difetti di ciò che vede, dall’altra lo arricchisce di bello, di fantasia, di arte.

La valutazione arricchita della realtà è un ottimo fenomeno mentale. La nostra vita è meravigliosa perché nel percepire il mondo esterno vi aggiungiamo il nostro mondo interiore. Se ciò che vediamo e ascoltiamo non venisse arricchito dal nostro buon umore, dai nostri dolci sentimenti, dai nostri bei pensieri, tutto sarebbe neutro, senza valore, noioso, tremendamente noioso. Un tramonto sarebbe un semplice miscuglio di colori, un fiore un ammasso di fibre vegetali, la nona sinfonia di Beethoven una semplice accozzaglia di suoni. La morte di un nostro cane ci lascerebbe impassibili, la perdita di un amico non ci toccherebbe più di tanto, la separazione coniugale un piccolo, freddo, incidente di percorso affettivo.
È importante, indispensabile, basilare per il nostro ben vivere, arricchire la realtà che ci circonda con i valori positivi creati dal nostro pensiero. Altrimenti addio bel vivere. È importante allenare la tua mente a esercitarsi e familiarizzare con la creatività, la fantasia, la salute e il benessere psicologico.
Certamente si tratta solo di piccole indicazioni e come per tutte le cose della vita, ma soprattutto in quest’ambito, l’approfondimento è sempre necessario. Affidarsi a un professionista come lo Psicologo-Psicoterapeuta è cosa buona, questi vi guiderà nel percorso di conoscenza di voi stessi. Si ricorda sempre a tutti di prefiggersi obiettivi facilmente raggiungibili, senza chiedere a noi stessi l’impossibile, in questo modo eviteremo di incontrare frustrazioni inutili.

I pilastri della mente: i Sentimenti

Le sensazioni sono stati mentali temporanei, stazionano nella nostra mente per un certo periodo, poi, pian piano, scompaiono. A questo punto accade un fatto importante. Con il trascorrere del tempo, memorizzando più volte le stesse sensazioni, acquistiamo sensibilità all’oggetto o all’evento che le ha suscitate in noi.
Chiamiamo sentimento tale sensibilità.
Ricordo che da bambino guardavo spesso le nuvole, con le loro forme, le loro sfumature, il loro mutarsi attimo dopo attimo suscitavano in me belle sensazioni. Ora, da adulto, mi ritrovo una sensibilità positiva verso le nuvole, un sentimento di gioia nei loro confronti.
I sentimenti sono fenomeni latenti, stanno nella nostra mente, ma non si manifestano tutto il tempo. Se, per esempio, in noi abita un sentimento di gioia per le nuvole, non è che in ogni momento della giornata avvertiamo la “gioia delle nuvole”. Se, per esempio, abbiamo un sentimento di timore verso i cani, ciò non significa che in ogni momento avvertiamo il “timore dei cani”.
I sentimenti se ne stanno dentro di noi, buoni buoni, si svegliano soltanto quando percepiamo lo stimolo ad essi corrispondente. La nostra “gioia delle nuvole” salirà alla coscienza ogni volta che vedremo una nuvola, il nostro “timore per i cani” ogni volta che vedremo un cane. Ciò vale per tutti gli altri sentimenti, i sentimenti sono fatti così.

L’apprendimento dei sentimenti
I sentimenti possono essere naturali o appresi. I sentimenti di affetto verso i propri genitori, di paura verso il buio, di fastidio alla vista del sangue, ecc. sono naturali, la stragrande maggioranza degli altri sentimenti sono appresi. A loro volta questi possono essere di due tipi: spontanei o condizionati, spontanei se li abbiamo appresi da soli, per nostro conto, senza influenze esterne; condizionati se qualcuno ci ha indotto ad apprenderli.
Quando ero bambino, mio padre al tramonto spesso mi portava con lui sul molo del mio paese natio, io me ne stavo lì affascinato a guardare il mare viola, il cielo azzurro, le nuvole rosa. Non avevo neanche il tempo di stupirmi che tutto cambiava colore: il mare diventava viola scuro, il cielo blu carico, le nuvole rosso vermiglio, era un continuo spettacolo, bello, bello davvero. Ora non vado più spesso sul molo, mio padre è morto, ma io vibro sempre ogni sera quando è l’ora del tramonto.
Ecco! Questo mio vibrare è un sentimento appreso spontaneamente, è nato e si è fissato in me per mia esperienza vissuta, per mia iniziativa interiore. Ho appreso la “gioia del tramonto” in modo naturale e spontaneo. Analizziamo ora un sentimento appreso per condizionamento.
Quando ero bambino trascorrevo ore e ore con mio nonno nell’appezzamento di terra di sua proprietà, lui non era un contadino qualunque, lui amava la terra. Mi diceva sempre: “Guarda che bellezza! Guarda com’è robusto! Che venature! Tocca! La senti la corteccia! La senti l’anima di questa quercia, il calore di questo castagno, l’odore di questa vite, il profumo di questa ginestra!”. Ora mio nonno non c’è più, ma quando vedo legno o alberi non posso fare a meno di avvertire una sensazione di gioia. Ecco, questo è un sentimento appreso per condizionamento, mio nonno mi ha inculcato il sentimento d’amore per il legno, gli alberi, mi ha condizionato a provare amore per la terra.

La qualità dei sentimenti
I sentimenti possono essere di due tipi: piacevoli o spiacevoli. Piacevoli quelli che ci fanno avvertire sensazioni piacevoli; spiacevoli quelli che ci fanno avvertire sensazioni spiacevoli.
I sentimenti di gioia, amore, fiducia, bontà, partecipazione, comprensione, ecc. sono piacevoli; i sentimenti di paura, timore, odio, invidia, gelosia, insicurezza, dubbio, ecc. sono spiacevoli.
Nella nostra mente coesistono sentimenti opposti, vi sono sia quelli piacevoli che quelli spiacevoli. Alcuni di noi vorrebbero avere soltanto sentimenti piacevoli. No. Sarebbe molto grave. Nella nostra mente devono esserci anche i sentimenti spiacevoli, pochi, di bassa intensità, ma devono esserci. Se ci fossero soltanto sentimenti piacevoli non sarebbero più piacevoli, ma neutri, scialbi, freddi.
Sono i sentimenti spiacevoli che danno risalto a quelli piacevoli, poiché creano contrasto. Il bianco è bianco perché c’è il nero; la luce è bella perché esiste il buio; la vita è bella perché esiste la morte. Nella nostra mente esistono sentimenti opposti, se quelli piacevoli superano di una buona spanna quelli spiacevoli, essa vivrà meglio. Se accade il contrario, invece, sono guai seri.

I sentimenti generalizzati
Se nella nostra mente risiede l’amore verso le rose, è molto probabile che risiederà anche l’amore verso le viole, le margherite, le dalie, ecc.; ecco! Questo è un sentimento generalizzato. Certo, non ameremo le viole, le margherite e le dalie come amiamo le rose, ma le ameremo lo stesso.
Se nella nostra mente circola il fastidio per i ragni, è molto probabile che circolerà anche un sentimento di fastidio verso gli scarafaggi, le zanzare, le mosche, ecc. Ecco un altro sentimento generalizzato. Certo non odieremo scarafaggi e compagnia con lo stesso vigore con cui odiamo i ragni, ma li odieremo.
Quando i sentimenti generalizzati sono piacevoli ci rendono la vita piacevole. Se proviamo gioia nel vedere il mare, proveremo anche gioia nel vedere i laghi, i fiumi, i ruscelli, i torrenti, le cascate, ecc. Se amiamo il nostro partner, ameremo (seppure in maniera minore) anche coloro che ci frequentano, i vicini, i parenti, gli amici, tutte le persone del mondo. Non solo. Con il trascorrere del tempo accadrà un fenomeno importantissimo. Più gioia e amore nutriamo verso tante cose, più si formerà in noi un sentimento generalizzato di gioia e d’amore, e avverrà che un bel panorama, un bel quadro, un bambino che sorride, ci farà avvertire gioia. Ma anche un filo d’erba, una pietra, un insetto, persino un pipistrello ci farà avvertire gioia; e la nostra mente vivrà meglio.
Quando, invece, in noi vi sono troppi “sentimenti generalizzati spiacevoli”, la nostra mente soffre. Se ci dà fastidio il troppo freddo, ci darà fastidio anche il troppo caldo; se ci danno fastidio i nostri difetti, automaticamente ci daranno fastidio i difetti del nostro partner, dei colleghi di lavoro, di tutte le persone del mondo. Se non accettiamo noi stessi, non accetteremo neanche gli altri. Se odiamo qualcuno, sottilmente avvertiremo un po’ di odio per tutti: anche per noi stessi. Non solo.
Con il trascorrere del tempo accadrà un fenomeno importantissimo. Più fastidio avvertiamo verso tante cose, più si formerà in noi un sentimento generalizzato di fastidio, e avvertiremo fastidio per tantissime cose. Una persona antipatica ci darà fastidio. Una persona brillante ci darà fastidio. Il sole ci darà fastidio, l’ombra ci darà fastidio e per noi vivere diventerà un fastidio.

L’intensità dei sentimenti
I sentimenti possono avere diversa intensità.
Verso i gatti, per esempio, possiamo nutrire un sentimento di forte timore, ma anche lieve, e possiamo nutrire un sentimento medio di amore, ma anche lievissimo.
Quando l’intensità dei nostri sentimenti è medio-bassa, non vi è alcun problema. Sono sentimenti maturi, utili alla nostra esistenza, ci fanno vivere ottimamente. Quando invece è alta, ahimè, cominciano i guai, sono sentimenti immaturi, dannosi per la nostra felicità, ci mettono spesso i bastoni tra le ruote, non ci fanno gustare appieno la vita.
Niente di irreparabile. Con un po’ di accortezza e di accettazione possiamo condurre una vita abbastanza soddisfacente. I guai arrivano a schiera quando l’intensità dei nostri sentimenti è alta-altissima. In questo caso sono patologici.
Ma chiediamo aiuto a qualche esempio. Provare antipatia per il capo ufficio o un collega di lavoro è normale. Per nostra natura, non accettiamo facilmente i difetti di chi vive accanto a noi ogni giorno; provare invece un sentimento di continuo fastidio verso il capo ufficio o un collega è segno di immaturità psicologica. Certo, il capo ufficio o il collega sono scorretti con noi, ma da qui ad avvertire fastidio ogni volta che li vediamo, ce ne passa. Non sono il capo ufficio o il collega ad essere particolarmente fastidiosi, siamo noi ad avere il fastidio dentro.

A cosa ci serve conoscere a fondo i sentimenti?
A conoscere bene la nostra personalità e quella altrui.
Se abbiamo studiato i sentimenti, e sappiamo che se sono di intensità molto elevata sono patologici, non confonderemo il nostro sentimento d’innamoramento con il sentimento d’amore.
Capiremo subito che ciò che proviamo è, in realtà, passione, infatuazione, illusione, ma non amore, ed eviteremo di cadere in una “depressione d’amore” quando la nostra storia d’amore, fatalmente, si affievolirà o finirà. Se il nostro nuovo partner ci confessa di essere pazzo di noi, capiremo che, in realtà, non ci ama, e che invece ha dei problemi psicologici, e “raffredderemo” il nostro entusiasmo in attesa che la sua “pazzia d’amore” si trasformi in vero amore.
Se abbiamo studiato i sentimenti generalizzati e qualcuno ci confida: “A me piace l’estate, ma non l’inverno, amo il sole, ma odio la pioggia, mi piace il nord, ma non piace il sud” manterremo una buona amicizia con costui, ma faremo attenzione a non coinvolgerci troppo, perché capiremo che sta dicendo delle sciocchezze. In realtà non ama ciò che dice di amare. L’amore è un sentimento generalizzato, chi lo custodisce nel suo cuore non può amare una cosa e odiarne una simile.
Se abbiamo studiato i sentimenti, e sappiamo che la nostra mente deve essere ricca di quelli piacevoli e povera di quelli spiacevoli, cercheremo in tutti i modi di incrementare i primi e ridurre i secondi.
Se abbiamo studiato i sentimenti, e sappiamo che quelli migliori sono di lieve-media intensità, capiremo subito che il nostro emozionarci facilmente non è un buon sentimento, ma una eccessiva sensibilità dovuta a un nostro problema d’ansia, e cercheremo di ridurre la nostra ansia.
E la nostra mente vivrà meglio.

Dati sullo sviluppo psicologico del bambino

Nei primi mesi di vita, l’apparato cognitivo del neonato è già attivo, iniziano precoci associazioni che lasciano tracce mnesiche. Il neonato vive un’emozionalità primitiva, ossia strettamente legata alle sensazioni di benessere e malessere corporeo, determinate dall’insorgere e dal risolversi dei bisogni fisiologici, tali sensazioni determinano la scelta o la conflittualità tra accettazione-rifiuto, ricerca o fuga. A tali sensazioni corporee il neonato comincia ad associare stimoli di provenienza materna (il volto, l’odore, il suono e il contatto materni). All’età di due giorni o di due-tre mesi una situazione che favorisce un’associazione per condizionamento classico (come il sonaglio prima del latte) o strumentale (per esempio, scuotere la culla per far muovere la costruzione mobile), decade come traccia mnesica se non viene ripetuta; dunque, se non si ripete il contesto e/o l’effetto dell’azione su quel contesto specifico (azione fallita) a distanza di giorni, il comportamento appreso verrà dimenticato.

Tramite tali associazioni, il neonato comincia a riconoscere gli stimoli apportatori di determinate emozionalità; se sono positive, ossia apportatrici di benessere, vedremo che nel secondo mese il neonato sorriderà al volto o gestalt. Il sorriso è già la prova di un significato di positività attribuito alle attenzioni e cure materne. Attraverso il ripetersi della soddisfazione del bisogno, dunque il ripetersi del piacere, si realizza un apprendimento e il neonato passa dal bisogno al desiderio, egli desidera il contatto piacevole anche quando non si trova in una situazione di bisogno fisiologico. Alla ripresentazione di tali stimoli egli riprova l’emozionalità legata al soddisfacimento del bisogno e permane nell’attesa della soddisfazione futura (al 3°mese, il neonato comincia a dare chiari segnali di tale capacità di attesa, è così che nel neonato cominciano a costituirsi il desiderio e l’attesa per la realizzazione futura). Parimenti il neonato passa da un’emozionalità primitiva, ossia strettamente legata alle sensazioni di malessere e benessere relative alla soddisfazione dei bisogni, a un’emozionalità di primo livello, ossia legata al desiderio che motiva l’azione: nel corso del terzo mese alla vista della mammella o del biberon, il bambino presenta una particolare attenzione a cui fa seguito dopo uno o 2 secondi una scarica motoria intensa, ed è proprio tale emozionalità che spinge all’azione. Alla vista della madre il bambino presenta tale motricità non ancora finalistica, ma indirizzata al corpo dell’altro, in particolare al viso, nel tentativo di afferrarlo, possederlo. In seguito ciò pone le basi per la nascita del desiderio dell’altro.

Riconoscere significa ricordare, ma tale ricordo avviene solo in presenza dello stimolo, per cui ciò che avviene nel neonato è nell’ambito della memoria di riconoscimento. È la cosa o la sensazione che, presentandosi al bambino, evoca e suscita lo schema senso motorio già costruito a suo uso e questo avviene senza bisogno di rievocazione dell’immagine mentale. Dunque è il contesto che riattualizza quel comportamento, in quanto riconosciuto come apportatore di determinati affetti. Solo dagli otto mesi in poi il bambino comincia a rievocare le immagini in assenza dell’oggetto (memoria di rievocazione); le reazioni del bambino di fronte alla sparizione dell’oggetto ne sono la prova: il bambino rimuove l’ostacolo perché l’oggetto scomparso alla vista è ancora presente nella sua mente... così come rievoca l’immagine della madre o degli adulti noti di fronte all’estraneo.

I primi sei mesi di vita sono fondamentali per l’apprendimento di una serie di categorie che sottendono segnali sociali, quali la voce, il volto e il movimento materno. Nei primi sei mesi di vita il neonato apprende tali categorie “materne” e le varie modificazioni che costituiscono le forme umane di natura emozionale d’espressione e di segnale. Il neonato apprende i gesti e le convenzioni che rendono reciprocamente valido: l’iniziare, il mantenere, il concludere e l’evitare l’interazione. Poco dopo la fine di questa fase il bambino ha interiorizzato la figura materna, ossia ha acquisito una rappresentazione della madre che porterà con sé con o senza la sua presenza. Verso la fine del sesto mese il bambino si è costituito come sé nucleare, ha la percezione di un’entità fisica separata, compatta e provvista di confini, con un senso di essere “agenti” e dotati di affettività e di continuità temporale. Il bambino avverte che lui e la madre sono entità fisiche separate, agenti distinti, con distinte esperienze affettive e storie separate. Nel periodo che va dai tre ai cinque mesi, la madre cede al bambino il controllo, o meglio è il bambino che se lo assume, sull’inizio e la fine, mantenimento ed evitamento dell’impegno visivo diretto nelle attività sociali, ciò permette loro l’autoregolazione del livello e quantità di stimolazione sociale cui sono soggetti.

Come il bambino costruisce una teoria della mente.
Innanzitutto bisogna comprendere cosa sia tale teoria: è la capacità degli esseri umani di leggere, al di là degli atti o delle parole, le reali intenzioni dell’interlocutore, ciò che non si esprime direttamente, ma il relativo comportamento lo fa presupporre o inferire. In realtà ogni comportamento umano è retto non solo da intenzioni, ma anche da desideri/motivazioni e credenze. Il bambino tra i due e i tre anni mostra di avere acquisito una teoria della mente, egli sa distinguere tra oggetto reale e rappresentazione dell’oggetto, realtà e rappresentazione della realtà, che l’oggetto “sedia” è qualcosa di ben diverso dal pensiero della sedia (rappresentazione nella mente), ciò gli permette di comprendere il gioco di finzione altrui, che l’altro stia pensando a un oggetto diverso e simile a quello usato, “sta facendo finta che sia...”; inoltre a quest’età il bambino sa incutere nell’altro false credenze (l’inganno, la bugia, far credere ciò che non è), pur tuttavia non risponde bene alla prova della falsa credenza, mostrando di non saper attribuire agli altri conoscenze e credenze diverse dalle proprie. È verso i quattro anni che il bambino risolve positivamente la prova della falsa credenza, mentre a due/tre anni il bambino si mostra particolarmente capace di spiegare le azioni di un personaggio sulla base dei suoi desideri, anche insoddisfatti, e mostra di comprendere la relazione tra desideri ed emozioni. Il bambino di due-tre anni comprende la natura dei desideri meglio di quella delle credenze.

Ansia: le tipologie più comuni

La velocità e la frenesia che caratterizzano i ritmi della vita attuale sembrano già di per sé dei buoni motivi per instaurare o aggravare uno stato ansioso; considerando inoltre la generale competitività lavorativa e l'incalzante e sempre più ampia richiesta di efficienza e di informazione, si può a ragione ritenere che ben pochi possano ritenersi esenti da qualche sintomo tipico dell'ansia.
Impazienza, intolleranza, irrequietezza, difficoltà di concentrazione o attenzione esagerata al dettaglio, ma anche timori ingiustificati, sensazioni di imminente pericolo o veri e propri attacchi d'angoscia sono alcuni aspetti di questa vasta e articolata sintomatologia, che spazia del resto dai confini della fisiologia e della predisposizione individuale a situazioni particolarmente invalidanti.
E non si tratta in verità solo di sintomi psichici: sono moltissimi, infatti, i correlati o gli analoghi somatici dell'ansia. La tensione motoria, ad esempio, può sfociare in tremori, dolori muscolari, incapacità a stare fermi, faticabilità.
L'interessamento del sistema neurovegetativo può invece comportare alcuni sintomi che potrebbero orientare anche verso malattie circolatorie o nervose o far supporre una intossicazione: il pallore o il rossore, la sudorazione, la vertigine, la sensazione di formicolio alle mani o ai piedi, il battito cardiaco accelerato o le palpitazioni, “il nodo in gola”, lo stomaco chiuso, l'insonnia fanno parte di questo lungo corteo sintomatologico che viene spesso etichettato come “reazione da stress”.

Il “cambiamento” predispone all'ansia
In realtà, l'organismo dell'ansioso sta in questo modo segnalando un'eccessiva e troppo prolungata richiesta di prestazioni: questi sintomi sono perciò nello stesso tempo le manifestazioni di una difesa in atto e i tentativi di mantenere un equilibrio, per quanto non ottimale.
Ecco perché è spesso controproducente eliminare in modo troppo brusco queste fastidiose e spesso preoccupanti somatizzazioni, che rappresentano pur sempre la possibilità di incanalare l'angoscia sottostante, la quale può avere un'origine esistenziale. In effetti, vi sono delle età particolarmente soggette alle manifestazioni ansiose: la pubertà, il passaggio dall'adolescenza alla giovinezza e poi all'età adulta, i repentini cambiamenti di stato sociale (l'inizio o la fine degli studi, il matrimonio, il divorzio, l'inizio o la fine della vita lavorativa...) o biologici (gravidanza menopausa) mettono a dura prova le capacità di adattamento dell'individuo, rendendolo più fragile e quindi maggiormente predisposto a questo tipo di difese.
Si può dire del resto che i sintomi correlati all'ansia costituiscono spesso un modo per evitare al soggetto l'incontro con pulsioni o situazioni attualmente insostenibili. I sistemi più efficaci per ottenere ciò sono indubbiamente i sintomi che riguardano il corpo, e che possono nascondere e contenere interamente le problematiche psicologiche sottostanti. Ma anche le paure e le ossessioni, per quanto strano possa sembrare, vengono spesso interpretate come tentativi dello stesso senso. In effetti, costituiscono pur sempre un modo per delimitare e arginare l'angoscia che talvolta caratterizza certe fasi dell'esistenza, focalizzando in un solo punto (l'oggetto o la situazione fobica, oppure il rituale o l'idea ossessiva) qualcosa che potrebbe essere avvertito come più vago ma indubbiamente più carico di nascoste minacce.

Il mito di Pan
Il mito illustra molto bene l'aspetto paralizzante della paura nella figura del dio Pan, signore delle selve, il cui urlo terrificante nell'ora in cui il sole è allo zenit porta alla pazzia (il timor panico). Pan è il dio caprino rappresentante delle forze oscure e indomabili della natura, dell'eros nella sua forma più travolgente e impudica. Il terrore da lui suscitato è in gran parte da attribuire proprio alla violenza e alla incontrollabilità delle energie inconsce che egli rappresenta agli occhi dell'essere umano. Queste potenze irrazionali e misteriose possono infatti, nel momento in cui vengono contattate, sconvolgere i tentativi dell'uomo civilizzato di domarle e incanalarle per fare emergere la sua coscienza dal magma della natura. La pazzia o il panico indotti dalla presenza del dio stanno così a testimoniare l'intramontato legame con l'inconscio, con le sue pulsioni e le sue immagini contrastanti e imprevedibili, sempre in agguato, in perenne sfida con la coscienza vigile. Questo rapporto tra la coscienza attenta, solare, e la perdita del controllo – il terrore – è sottilmente espresso ancora una volta dal mito. Il momento di maggior pericolo della mente dell'uomo non è infatti la notte, già abitata da oscure presenze, dalle quali si è già pronti a difendersi, ma proprio il mezzogiorno, quando le ombre sono annullate nel massimo sfolgorio del sole. L'eccesso di solarità, quando tutto sembra fin troppo chiaro, razionale, controllabile, esprimibile, sembra insomma nascondere i suoi momenti di panico. In effetti, molte manifestazioni ansiose, l'ossessività per esempio, sembrano prediligere i soggetti che perseguono primariamente la razionalità e la logica, a indicare che in questo caso un eccesso di vigilanza e di controllo può condurre all'estremo opposto, al sentirsi cioè in balia di una forza indipendente dalla propria volontà.

La tensione: cosa rivela in chiave simbolica
Una sensazione spesso vaga eppure minacciosa di presagio, di pericolo, di costrizione: un simile stato può essere in parte fisiologico in situazioni in cui è richiesta una prestazione particolarmente impegnativa (un esame, ad esempio). Una lieve tensione emotiva può infatti fungere da un incentivo per la concentrazione e serve a incanalare meglio le proprie energie in vista di un obiettivo significativo. Meno utile e anzi controproducente è invece quando il medesimo stato d'animo si presenta anche in momenti che non prevedono un particolare coinvolgimento intellettuale o emotivo. In questi casi, l'ansietà spinge il soggetto a evitare il confronto con il riposo, la passività, il “vuoto”, e a preferire di programmare e cercare di considerare gli eventi futuri, così da non entrare in contatto con la realtà attuale, in cui spesso non si sente all'altezza della situazione.

La personalità di chi ne soffre
Si può dire che in genere chi si fa attanagliare costantemente da questo tipo di ansia cerchi in un certo senso di rifuggire un presente che appare ricco di incognite e incertezze (ma che in effetti è l'unico ambito in cui sia possibile operare interventi concreti sulla realtà), in vista di un futuro che, proprio perché non ancora attuato, può venire riempito di qualunque aspettativa. Spesso, infatti, questo tipo di ansioso è anche preda della fretta e soprattutto ha difficoltà a portare a termini progetti o incarichi: esaurita la spinta iniziale che lo proietta nel futuro, infatti, l'interesse decade immediatamente, per la sua difficoltà a vivere gli eventi momento per momento, mentre essi si presentono. Possono essere numerosi, anche banali sintomi concomitanti a indicare questo stato d'ansia: incapacità a stare fermi, di rilassarsi, di stare “senza far niente”; fini tremori delle mani, contratture muscolari, soprattutto al dorso e agli arti, ipersudorazione; insonnia, digrignamento dei denti, palpitazioni, senso di costrizione toracica, ecc.

Un consiglio
Se il problema centrale è la fretta e il tentativo di evitare tutto ciò che è pausa e vuoto, è importante che il soggetto ansioso cerchi di rieducarsi al ripristino dei ritmi fisiologici. Può per esempio essere estremamente d'aiuto una tecnica corporea, che almeno inizialmente comprenda il movimento, l'azione, il controllo della muscolatura e del respiro.

Paure
: che cosa rivelano in chiave simbolica
Di fronte a un pericolo, la Natura ha previsto un efficace meccanismo di salvataggio: la paura. Questa, infatti, con una serie di reazioni neuro-ormonali, consente di attivare repentinamente tutto l'organismo, mettendolo in allarme per predisporlo a un attacco o alla fuga. Ma quando l'oggetto o la situazione che impaurisce non sono obiettivamente pericolosi, o comunque la reazione di allarme che innestano non è proporzionale alla loro potenziale pericolosità, si può parlare di fobie. In questo caso, più che il pericolo manifesto è importante quello che viene simboleggiato dalla situazione o dall'oggetto che scatenano la paura. Così, ad esempio, la paura di essere toccati o aggrediti da certi animali (cani, gatti, uccelli, insetti) è essenzialmente legata alle valenze istintuali che vengono loro ascritte. La paura dei cani, ad esempio, spesso indipendente da effettive esperienze negative, si fa in genere risalire all'identificazione dell'animale con un maschile aggressivo, temuto e/o desiderato; il gatto ha invece più valenze femminili, ed è legato maggiormente a una sensualità indipendente e imprevedibile, e perciò anche infida. Gli insetti sono perlopiù identificati con un che di “sporco” e di invasivo, dunque ancora una volta con parti istintuali non accettate e represse. La paura degli spazi chiusi viene solitamente letta come il timore di essere soffocati da regole e situazioni che “vanno strette”; quella degli spazi aperti e delle altezze, come analoghi del timore di “perdersi” o “perdere la testa”, di non aver più punti di riferimento, di essere in balia delle proprie pulsioni ed emozioni.

La personalità di chi ne soffre

Si può riassumere il meccanismo alla base delle fobie come tentativo di spostare l'attenzione da un oggetto che procura problemi perché non c'è modo di ricondurlo in un ambito di ragionevole controllo, a un altro oggetto, al posto del primo, e che è riconoscibile ed evitabile. I timori “immotivati”, insomma, sostituiscono qualcosa che fa “veramente” paura, e che il più delle volte risiede dentro di sé.

Un consiglio
Non sempre è sufficiente cercare di razionalizzare o sdrammatizzare le proprie paure, anche perché di solito non hanno proprio niente di razionale. Può essere invece utile, magari con l'aiuto di una guida esperta e autorevole, cercare di risolvere il vero disagio irrisolto che vi può stare dietro.

Idee ossessive: che cosa rivelano in chiave simbolica
Talvolta l'ansia si manifesta sotto forma di bisogno improrogabile di controllare più volte certi dettagli (la somma delle cifre dei numeri telefonici, la distanza a cui sono posti tra loro certi oggetti...) o di ripetere certe azioni (verificare la chiusura dei rubinetti dell'acqua o del gas, l'attivazione dell'allarme dell'auto...) per scongiurare futuri e altri eventi negativi, o semplicemente perché “non se ne può fare a meno”. Il tutto è accompagnato dalla sgradevole sensazione di agire sulla base di un impulso più forte della propria volontà, che obbliga a questo comportamento anche se non lo si desidera. In effetti, questo sintomo sembra l'amplificazione di un meccanismo inizialmente volto proprio a contenere l'ansia: attraverso il controllo attento e circostanziato delle cause degli avvenimenti esterni a noi, infatti, si ha l'impressione di valutare e gestire meglio tutto ciò che accade, comprese le emozioni, i desideri, le paure. Si tratta però di una sensazione illusoria, che costringe a continue esasperazioni dell'atteggiamento di controllo e verifica, finché questo si ritorce contro di noi, obbligandoci proprio a controllare e a vigilare anche quando non ce n’è la necessità, né la voglia.

La personalità di chi ne soffre
Si intuisce facilmente che questa manifestazione dell'ansia può essere tipica di soggetti dalla mentalità razionale, interessati prevalentemente alle cause oggettive, al mondo del pensiero, o comunque al contenimento della propria sfera emotiva. Però, può anche essere semplicemente interpretata come una reazione difensiva rispetto alle difficoltà e alle possibili angosce che il futuro riserva, costituendo inoltre un efficace meccanismo per sfuggire a un reale coinvolgimento nel tempo e negli eventi del presente, difficilmente controllabili attraverso uno sforzo di volontà.

Un consiglio
Di solito, è più utile accettare la realtà per quella che è, piuttosto che cercare di manovrare situazioni su cui non abbiamo un reale potere decisionale o preventivo. Essere attenti e pronti ad affrontare le circostanze positive o negative via via che si presentano è senz'altro importante, ma programmarle con troppo anticipo o in modo troppo dettagliato può essere controproducente: il primo, anche se piccolo, imprevisto potrebbe infatti mandare tutto all'aria, lasciandoci letteralmente con un palmo di naso.

Diritti affermativi

- Esprimere le proprie opinioni e il proprio punto di vista;
- Far sì che le proprie idee e le proprie opinioni siano ascoltate dagli altri;
- Provare bisogni, sensazioni e sentimenti che possono differire da quelli degli altri;
- Chiedere agli altri di rispondere ai propri bisogni e richieste;
- Rispondere negativamente a una richiesta formulata da altri senza sentirsi in colpa;
- Commettere occasionalmente errori;
- Vivere ed esprimere emozioni nel rispetto dei sentimenti e dei diritti dell'altro;
- All'occorrenza decidere di non essere assertivo;
- Essere te stesso e non come gli altri vorrebbero che fossi;
- Far sì che gli altri rispettino i tuoi diritti.